di torte, di mare e di come a volte vorrei essere l’invitata

Sono stata cooptata per preparare la torta di compleanno del leoncino.

Da quando sono finite le elezioni, il compleanno di mio nipote è il primo evento sociale a cui partecipo. Il che la dice lunga sulla mia socievolezza. E’ anche l’ennesimo evento a cui non sono semplicemente invitata ma alla cui riuscita devo contribuire. Nella fattispecie preparando il pezzo forte: la torta. Una volta le madri facevano le torte, le facevano le nonne, al limite le zie zitelle. Ora no, ora le torte le chiedono a spin doctors falliti, stanchi e con la cervicale.

Ma le mie torte piacciono, di sicuro più dei candidati di cui gestisco le campagne elettorali. Piacciono molto anche i miei aperitivi e le mie cene. Ho ricevuto diverse telefonate in questi giorni e tutte si sono concluse con un: quando riorganizzi qualcosa?

Gentili amici, se proprio devo essere sincera credo di aver organizzato fin troppi aperitivi, iniziative culturali , presentazioni di libri, cene vegane, carnivore, islamiche, politically correct, ho impastato pizze, infornato torte, assemblato dolci – sì ASSEMBLATO, ci sono dolci talmente complicati che si assemblano- tutto questo con leggerezza, entusiasmo, gioia, dedizione, stoicismo e passione, con budget ridicoli e scadenze penose. Dico, miei cari, ma uno di voi, uno qualsiasi non potrebbe per una volta organizzare anche solo un caffè, con un pò di panna giusto per dar colore, e invitarmi? Senza magari chiedermi di portare la panna montata. Ecco, lo apprezzerei, davvero sappiate che sarete da me molto apprezzati.

Nel frattempo fingo di non aver sentito mia madre al telefono che esclama”non vorrai mica andare al mare domenica mattina????? c’è una festa da organizzare”.

Dear Mother and dear Sister- in-Law, la mia presenza non solo allieterà la festicciola dei mocciosi ma permetterà a questi ultimi di avere una torta. Torta che domenica pomeriggio sarà pronta per l’uso ma nel frattempo smettete di scassarmi le balle e lasciate che una vecchia MILF si arrostisca al sole della domenica mattina (che daranno 30 gradi, capite? 30 gradi e io con 30 gradi se mi trovo in un posto di mare vado al mare) e le tartine spalmatevele da voi. Io tutto quello che spalmerò sarà la crema su questo povero pallido corpo e se sarò fortunata troverò pure un SUP per prendere il largo e meditare sul mio prossimo futuro.

 

 

 

 

 

io l’ho fatto e tu?

Mentre sono in ufficio mi arriva un sms dalla Cugina Problematica ” ho fatto i biscottini delle palme, all’arancia, le lingue di gatto e i canestrelli e te cosa hai fatto?”.

Intanto, come siamo già arrivati alle Palme? ommiodddio come vola il tempo. Poi, no io non ho fatto una beatamazza di niente. Insiste: “ma in genere fai sempre qualcosa”. Insisto io:  caz ma siamo solo a mercoledì e sono sempre in giro, qualcosa farò.

Come vedete lo stress non è il lavoro, le emergenze, il Carrozzone, i pazzoidi che frequento e  un paese sull’orlo del baratro. Per me lo stress è avere queste persone che ti smessaggiano, che ti scrivono post su fb, che ti mandano mail ridicole dove ti chiedono perchè non hai fatto biscotti, non hai fatto bambini, non hai fatto una sciarpa di lana a mano. Sia chiaro: non ho nulla contro il fai da te e i bambini. Però lasciatemelo dire: il fai da te non implica la rottura costante di maroni a coloro che preferiscono passare il loro tempo libero a fare zumba,  a fare niente, a dormire, a correre, andare in bici e fare sesso con il proprio uomo. E biscotti e torte hanno un’importanza assai relativa. Ma se tu rispondi in questo modo si offendono a morte. Se non rispondi si offendono a morte. Se li accontenti non ti lasciano vivere più. Ci sono poche alternative. Arrivo a pensare che se si offendessero a morte potrebbero definitivamente cancellarmi dai loro indirizzari e questo comporterebbe la mia totale liberazione dall’aura di sfiga negativa che il loro senso di frustrazione emana. Solo che una Cugina rimane sempre una Cugina e il massimo che posso farla è ignorarla il più possibile.

Quindi per adesso la ignoro. Però che fastidio.

 

 

gli ortoressici:come riconoscerli (e già che ci siamo vi regalo una ricetta)

L’altra sera, a casa a un’ora decente, comincio a spignattare per preparare una cenetta fusion-etnica, in sottofondo lei, l’imperatrice della cucina popolare: Benedetta Parodi. (su di lei possibili milioni di post ma per adesso mi astengo).

Gli ospiti della serata (non sottovalutare mai gli ospiti della Parodi, regola numero uno, considerato che ti puoi ritrovare un Philippe Daverio che ti cucina un’omelette francese con uno stile ineguagliabile) erano per me due emeriti sconosciuti, due attori italiani in uscita nelle sale in questi giorni.  Lei, mai vista o forse non me la ricordo, è una tizia secca secca, pallida pallida con dei caplli opachi e spenti tirati su con delle mollettine. Con un’energia che mi sembra sospetta, attacca una tiritera sulla cucina vegana, sulle sue meraviglie, sulle incredibili sintonie di sapori che genera il tofu in bocca, sulle moltitudini di ricette che si possono preparare. Ascolto attenta. Io non sono vegana, ma nel mio menù mediterraneo da burina italica qual sono, almeno due volte la settimana il menù giornaliero è privo di qualsiasi sostanza animale (la zuppa di legumi, o il riso alle lenticchie o la pasta ai ceci  ma potrei continuare per ore) e quindi conoscere una ricetta in più non mi fa altro che comodo.

La giovane prepara come piatto da portata per una serata tra amici “una tavolozza vegana” così composta: riso venere lessato servito con un pesto di piselli (“i piselli sono pieni di vita e così non togliamo il latte ai vitellini!), basilico, noci (” le noci contengono grassi insaturi!” ), una marea d’aglio (“è un antibatterico naturale!”) e olio ma solo perchè la Parodi le ha detto ma cazzo un filo d’olio e che hai paura di ingrassà? in maniera fine certo ma il senso era quello. Il riso si presenta come una pappetta verdastra e marrone ma procediamo. Poi c’è una zucca lessata e schiacciata mescolata a pezzetti di zenzero fresco, una guacamole (l’avocado frullato con il lime e la cipolla a casa mia si chiama guacamole), dei pomodorini (fuori stagione mi proponi pomodori? bella mia e come la si mette con il km zero?). La tavolozza da offrire agli incauti amici per cena è pronta.

Durante la trasmissione dove la tipa ortoressica, a questo punto è chiaro che lo è, esalta le virtù del veganesimo viene fuori che “purtroppo per problemi di salute devo aggiungere alla mia dieta un uovo” ( ah ecco, fai la ganza e poi, comunque io ne metterei anche due vista la condizione dei tuoi capelli bimba) ma “lo vado solo a prendere dal contadino perchè al supermercato non lo compro“, ma nemmeno quelle biologiche e quelle di galline allevate all’aperto, chiede ingenua la Parodi , “nooooooo” nasino bianco arricciato” solo quello di un contadino di fiducia“. Me la immagino che scende dal suo grazioso attichino in Trastevere con la Kelly al braccio, chiamare un taxi “alla fattoria Scaldasole per favore e mi scusi ma vado di fretta” bestemmiare educatamente contro i pezzenti che sul raccordo anulare sono in coda per andare a guadagnare del vile denaro da spendere in odiose multinazionali della grande distribuzione o peggio ancora in cooperative rosse , mentre lei attenta alla natura è costretta a fare km per vedere il contadino  raccogliere le uova fresche dal culo della gallina (ovvio che lei il culo della gallina non lo tocca certamente).

Scazzata da questa piccolo borghese viziata decido di procedere con la mia cena vegana. Ho preso una cipolla piccola e l’ho fatta imbiondire in olio evo, ci ho spoverato sopra della cannella e un velo di chiodi garofani tritati. Ho aggiunto una tazza di piselli novelli , li ho fatti insaporire, poi ho tagliato a julienne qualche carote e le ho mescolate al tutto. Ho aggiunto una manciata di uva sultanina e una abbondante di mandorle, infine due vasetti di germogli di soja scolati e sciacquati in acqua fredda (non avevo quelli freschi). Ho coperto il tutto con del brodo vegetale e ho lasciato cuocere insaporendolo con tanto curry. Ho cotto a parte del riso basmati, al modo orientale, e li ho serviti insieme caldi.

Giudicate voi qual è la ricetta migliore.

la truppa pitti(resca)

E’ calata l’orda di Pitti su Firenze, il che, come ben immaginerete, a me non dispiace. Il centro è pieno zeppo di interessantissimi aperitivi negli store e gira un sacco di gente ben vestita, mal vestita, insomma vestita. Mica quei tremendi party carrozzoneschi dove sono tutti vestiti allo stesso modo e si parla sempre delle stesse cose! Ieri sera ero all’aperitivo organizzato da Hilfiger, in un mondo ideale sarei stata vestita con jeans seconda pelle, scarponcino con taccone, pellicciotto finto leopardato e fedora ma nel mio mondo reale indossavo il mio parka (per coincidenza Hilfiger ma solo coincidenza), stivale di pelle basso, jeans seconda pelle ormai rilasciato e golf a collo alto. Unico slancio di creatività la mia borsa Max Mara anni ’70 acquistata su e-bay tre mesi fa. Per il resto faccia stanca, sacchettata di carta e documenti vari e in compagnia di Faccia di Chiùlo. Ebbene sì, FdC aveva l’invito e ha pensato di chiamare me, tra l’altro molto carina, vedete io sono proprio una stronza a volte, a me mai sarebbe venuto in mente di. Quindi indossavo anche una buona dose di senso di colpa. A mia difesa va il fatto che le ho presentato gente che mai da sola avrebbe conosciuto. E che l’ho fatta bere in barba a certe sue malsane idee salutiste. Dopo poco, incredibile a dirsi, ho iniziato ad annoiarmi. Avete sentito bene: mi sono annoiata a sentir parlare di collezioni. Io capite? Qualcosa di alieno ormai si è impossessato di me, mi mancava sentir parlare di Monti, di spread, di mattarellum. Ho capito che ho bisogno di frequentare di più questi aperitivi e meno politici.

Stamattina ho incontrato la truppa Pitti che si intruppava verso la Fortezza in un percorso definito solo per loro, erano meravigliosi, colorati, barcollanti su tacchi alti e intabarrati dentro decine di pellicce multiformi ossia decine di cadaveri di animali immolati per la loro inutile vanità. Ma forse qualche pelliccia era ecologica. O almeno spero. Nel mio mondo ideale io avrei indossato un grazioso maxipull grigioperla sotto il mio cappottino di montone, un paio di stivali grigi tacco 10 che adoro e cloche nera, invece avevo un raffazzonato vestitino di lana nero su calze pesanti, i soliti stivali, l’indistruttibile parka e un cappello di lana bianco con pon pon, ero in bici non potevo fare di meglio ma mi sono sentita banale e orrenda.

Mentre ero in via Faenza mi sono ricordata perchè ero in quelle condizioni: davanti a me barcollava a stento, su tacchi improbabili, una chiattona di un metro e ottanta, con fedora enorme, lungo shearling, gonna cortissima e rossetto fuoco su labbra canotto. Dalla sua elegantissima figura partivano epiteti volgari contro le strade di questa città vecchia e trasandata e, mentre invocava a suo modo i santi del Paradiso, cercava di trascinare sulla strada, fatta di sanpietrini completamenti divelti dal 1500 circa e mai aggiustati da tutte le giunte a partire da quella dei Medici, un trolley di ultimissima generazione così ultima che con le pietre fiorentine non aveva successo. Infatti si rovesciava continuamente provocando la reazione poco signorile della signora.

Così ho pensato che, insomma, in fondo non dovevo sentirmi banale ma semmai funzionalista e che poi i miei stivali grigi sarebbero stati sprecati al carrozzone e che poi, last but not least, stamattina c’erano -3 gradi e senza le calze pesanti, il doppio calzino e la para di gomma sarei inesorabilmente morta per ipotermia.

Oltre che spalmata  a pelle di leone sui sanpietrini.

invidia

Non so se avete mai letto Vogue. Vogue è quella bella rivista patinata, con tante modelle che indossano bei vestiti, notizie mondane di assoluto elevato livello, molta pubblicità, interessantissime mostre di arte e fotografia, qualche intervista a vip generalmente legati alla moda e articoli sulla vita e le opere di fancazziste igdop.

Le fancazziste IGDOP sono quelle donne che in tutta la loro vita non hanno mai fatto un cazzo ma hanno la fortuna di appartenere a famiglie nobili/ricche e quindi possono non solo permettersi di non fare un cazzo ma anche di pubblicizzarlo come attività altamente qualificata se non addirittura benefica per il genere umano. A volte pure animale ma in generale le fancazziste indossano pellicce e pellicciotti di animali morti e scuoiati e di conseguenza pare brutto lanciarle in campagne per la salvaguardia delle foche.

Insomma, io adoro gli articoli sulle fancazziste perchè è esattamente la vita che avrei voluto vivere io.

Intanto nascono in famiglie multilinguiste, hanno madri e matrigne, alcuni padri sparsi e almeno 3 cognomi. Hanno studiato dalle Mantellate, dalle Orsoline, al Sacro Cuore, le più di sinistra a Poggio Imperiale.

Vivono in modesti loft a Manhattan o nella City, ma dichiarano di considerare Parigi o Roma la loro vera casa e affermano di cercare di passare il più tempo possibile in quel piccolo attichino vista Trastevere perchè non amano una vita chiassosa ma preferiscono mescolarsi con il popolo la mattina al mercato magari in ciabatte.

Ciabatte rigorosamente Ferragamo intendiamoci, ma comunque ciabatte.

Le fancazziste hanno lavorato qui e là e finiscono sempre ma sempre in qualche consiglio di amministrazione perchè il babbo, in taluni casi l’ex marito, riesce a piazzarle bene o alla presidenza di qualche associazione umanitaria molto grossa (qui rigorosa la foto della fancazzista in Africa in mezzo a decine di bambini, con occhiali da sole e panama tutto firmato Hermès oppure la fancazzista su una piroga nel Borneo con foulard Flora e stivaloni Gucci e rematore sorridente alle spalle).

Snocciolano luoghi e nomi, professioni di cui noi comuni mortali mai abbiamo sentito parlare e veramente pensi che ste fancazziste son proprio in gamba mica come te sfigatissima donna di provincia da un solo cognome, con una laurea volgare e diversi anni passati nella jungla lavorativa italica.

Io ci sono affezionata alle fancazziste IGDOP, se non ci fossero credo che la lettura di Vogue non sarebbe così avvincente. Sono utili anche per capire meglio dove andiamo, chi siamo e da dove veniamo.

E perchè nel 1789 a qualcuno è venuto uno sclero e  ha cercato di eliminarle del tutto dalla faccia della terra.