amici sì, no, forse

In questi giorni sto pensando molto alla gestione delle mie relazioni personali. Tutti noi abbiamo una cerchia di conoscenze, più o meno larga. Nel corso degli anni la mia si è allargata a dismisura e come tutte le cose ha subito delle trasformazioni: alcune conoscenze sono diventate qualcosa di più mentre al contrario certe amicizie che mi sembravano solide si sono sciolte come neve al sole. Ci sono poi conoscenze che vorresti rimanessero tali ma che dall’altra parte del rapporto tendono a voler esser qualcosa di più. Ossia, a te non importa di avere questa persona come un’amico/a, ma egli/ella insiste.

Che fare in questi casi? Io ammetto che non ho il coraggio di trattare male una persona che, anche se non rappresenta per me il massimo del divertimento o della simpatia, con me ha un atteggiamento amichevole. Cerco di mantenere una certa distanza, senza essere offensiva e con gentilezza e alla fine finisco per passare una serata o il tempo di un caffè con la persona in questione senza tanti problemi. Anzi, a volte è pure piacevole. A piccole dosi la maggior parte delle persone è piacevole.

Tutto questo per dire che non posso ringambare per l’ennesima volta FdC, che oltretutto ha passato un brutto periodo, si è confidata con me e, povera creatura, ho provato per lei del sincero affetto e comprensione. Quindi una pizza da asporto a casa sua per vedere le foto del matrimonio non mi sembrava una cosa così terribile ma per il Windsurfista tutto ciò non ha senso.

Lui non ne vuole sapere. E’ pazza, dice, mi inquieta, non sopporto il marito, figurati se spreco una serata per uscire con loro quando non ho tempo per vedere i miei amici. Che poi non è vero, i suoi amici sono come lui, e cioè asociali, e si vedono una volta all’anno per annunciare tra l’altro matrimoni a tradimento. Io, che forse sono diplomatica fino al ridicolo, sostengo che una cena una volta all’anno con FdC e marito si può anche fare, oltretutto non saremmo nemmeno noi 4 da soli. Sei falsa, mi accusa lui. No, sono diplomatica e gentile, ribatto io.

Cosa è meglio quindi? Fare gli stronzi duri e puri o andare, che in fin dei conti FdC con me è sempre gentile- seppur nelle sue modalità che a volte mi lasciano interdetta? O davvero la politica mi ha permeato a tal punto che le mie relazioni personali sono gestite come delle relazioni pubbliche? Eppure mi par di essere anche troppo severa. Sto tagliando i rapporti con amici, ma soprattutto amiche, che nel corso di questi anni si sono dimostrati completamente disinteressati alla mia esistenza oppure che trovo profondamente noiosi, prevedibili e limitati.

Grosse questioni che non troveranno mai un punto di incontro tra me e il mio spigolosissimo uomo. Nel frattempo, e a proposito di nuove amicizie, abbiamo passato una bellissima domenica di novembre con altri blogger toscani, cucinando e mangiando sul nostro balcone all’ultimo sole autunnale, ridendo di cose cretine e meno cretine, divertendoci così tanto da dimenticarci di servire lenticchie indiane e semifreddi al torroncino. Pazienza, ci sarà modo di replicare. Però ora voi cercate di convincere il Windsurfista ad andare a mangiare la pizza da FdC. Pensate che lei si sia arresa?

Tsé.

Sulle domande più cretine a noi fatte prima e dopo la partenza

Nel corso dei nostri meticolosi preparativi, che passavano da lunghe passeggiate dentro Decathlon a sedute al gabinetto con la Lonely sulle ginocchia, siamo stati oggetto di curiosità moleste e consigli non richiesti da parte di parenti, genitori e conoscenti. Costoro, il cui unico e avvincente programma per le vacanze era o la settimanina in pensione a Canazei, o l’ombrellone a Pietrasanta o, udite udite, in caso di grande disponibilità di denaro in un appartamento a Donoratico, ci hanno letteralmente sbriciolato la pazienza con delle enormi cazzate sparate a raffica.

Le  cazzate si distinguevano per settore:

1. Geografico-politico

In alcuni casi l’India si è spostata in Medio Oriente e ho scoperto fosse lambita dalle acque cristalline del Mar Rosso zeppe di dementi italiani in ferie nonostante una feroce guerra civile in corso. In altri, le conoscenze geografiche si mescolavano a un’altissima cultura in fatto di relazioni internazionali, i più esperti raccontavano di atroci delitti a danni di turisti italiani per la vicenda dei due marò, altri confondevano Afghanistan, Pakistan, Yemen  e India in un meraviglioso pastrocchio polveroso. Infine la pericolosa dittatura indiana dei marajà o quella dei militari, a seconda dell’inclinazione del nostro interlocutore, ci avrebbe reso difficile spostarci e viaggiare.

2. Sanitario

L’India pare sia il ricettacolo delle più spaventose malattie del globo. Mentre a Zanzibar centinaia di cretini si spiaggiano senza sapere che la malaria la fa da padrone, noi saremmo andati incontro a epidemie di colera, peste nera, tubercolosi e la sempre affascinate lebbra.

3. Sociologico

L’India è un paese retrogrado, maschilista, dove le donne vengono stuprate e uccise. Dopo aver fatto fatica a capire se mi si parlasse del mio paese o di questo che mi accingevo a visitare, ho ascoltato consigli utilissimi che cadevano da ogni dove: non parlare con nessuno, non andare in giro poco vestita, non camminare di notte, non accettare caramelle da sconosciuti, non sfilare in tanga o in topless per le strade delle città. Cose che qui faccio abitualmente. Naturalmente qualcuno mi ha anche detto di non prendere parte a manifestazioni politiche. In vacanza. In India. Io. Mia zia (devo ancora comprendere se si trattasse di un insulto o un complimento) mi ha detto: ma a te non danno noia, sembri un’indianina basta che ti copri i capelli.

4. Culinario

In India la cucina è pericolosamente speziata, monotona, mica come la nostra. Eh figuriamoci. Al rientro il leit motiv era: chissà come avrete mangiato male. Malissimo, guarda. Inutile stare a raccontare che abbiamo incontrato dei cuochi geniali e che metà del nostro tempo lo passavamo a guardare persone che cucinavano e l’altra a degustare i loro manicaretti.

Appena ricoverata per la dissenteria, parenti e amici mi hanno frettolosamente diagnosticato il colera, come se di abitudine io e il Windsurfista bevessimo alle fogne a cielo aperto. Immancabili i commenti “chissà come puzzavano” o “chissà come sono sporchi”. Pensare che mi sentivo una reietta, sudata, con i capelli polverosi legati in un triste chignon, vestita con calzoni cenciosi e scarpe da ginnastica accanto alle donne truccate, pettinate, con il loro smalto ai piedi e gioielli dappertutto. Donne che ridendo volevano farsi fotografare con me, che non mi hanno mai negato sorrisi, donne che mi prendevano per mano e donne che mi squadravano pensando a loro volta : ” questi occidentali sudici e sciatti, chissà quanto puzzano”.

il regalino

Considerato che il periodo è nefasto su diversi fronti,  ho pensato di farmi un regalo. Per essere sinceri il regalo me lo ha fatto un amico in occasione del mio compleanno, un amico nerd che mi ha regalato un meraviglioso buono per acquisti su Amazon.

Mi era sembrato eccessivo come regalo e quindi pensa che ti ripensa pensa che ti ripensa, alla fine ho optato per qualcosa di cui potrà liberamente e ripetutamente fruire: due meravigliosi libri di cucina a cui facevo la posta da tempo. Mi manca il terzo ma quello lo prenderò più in là.

p.s. no non sono i libri della Parodi

p.p.s.s. fruire nel senso che verrà più volte a banchettare con quello che cucinerò. Datemi tempo e fate finire questo periodaccio.

l’amica tedesca:il prologo ovvero il concerto e il diluvio

Ho delle grosse responsabilità nei confronti della mia amica tedesca, cioè non è che io sia proprio una santarellina. Cioè lei ha cercato di vedermi nei giorni in cui si trovava a Firenze e io vuoi per ragioni legate al mio lavoro vuoi perchè non avevo voglia di accollarmi due tedeschi per 2 giorni, insomma io sono scomparsa.

Le ho inventato che sarei stata a Bruxelles per lavoro e sarei tornata sabato sera tardi, questo perchè venerdì non avevo voglia di passeggiare per la città con loro e sabato avevo effettivamente un paio di impegni. Una pessima amica direi.

Sabato pomeriggio ero in centro per una specie di sit-in con altri disperati come me, era un caldo opprimente, una pioggerellina vaporosa bagnava la mia camicetta che, me ne sono accorta la sera, mi si era pure scucita dietro la schiena e una folla sospetta in piazza della Repubblica mi ha messo subito in allarme. C’era Bruce Springsteen che alloggiava in un hotel che si affaccia sulla piazza. Quindi tra i fans poteva esserci lei con il marito, i quali erano tra l’altro venuti apposta a Firenze per vederlo. Mi sono detta, sai che figura di merda se mi vede? Il panico si è impossessato di me e allora ho cercato di dare i volantini nella direzione opposta ai fans pregando ancora una volta di passarla liscia.

Domenica sera al concerto, invece, io e il Windsurfista ce l’abbiamo messa tutta per incontrarli ( bè, il Windsurfista ce l’ha messa non proprio tutta per essere onesti) solo che si è scatenato il diluvio universale. Dio ha deciso quella sera di punire Renzi e con lui tutti i filistei (forse anche per punire me) e ha mandato giù tanta di quell’acqua ma tanta di quell’acqua da rendere il concerto indimenticabile per la coppia tedesca. Ma anche per quelle italiane. E anche per Bruce Springsteen temo. Il Windsurfista era nervoso, la sua mania di non comprare niente ha fatto sì che indossasse un’inutile quanto vecchio reperto archeologico degli anni ’80 , un k-way orami andato way. Però gli anfibi gli hanno salvato i piedi. Io viceversa ero asciutta fin dove la mia solita giacca a vento rossa mi copriva, mentre avevo i piedi immersi nell’acqua. Così io cercavo di mandare messaggi ai tedeschi con il mio telefono ch,e a causa dell’acqua, era andato in tilt, lui nervosissimo dava la colpa a me del fatto che non avevamo un ombrello dietro. Comunque è finita che alla fine dello spettacolo siamo scappati nuotando verso l’auto e là ci siamo spogliati e praticamente nudi  siamo tornati a casa. Io avrei voluto fare sesso in macchina con le note di I’m on fire dato che eravamo nudi e bagnati ma il Windsurfista non mi sembrava nelle condizioni psicologiche per pensare a una cosa del genere.

Avevo paua di contattare i due germanici, ma verso l’una mi hanno mandato un sms in cui mi annunciavano che erano sani e salvi in hotel con tutti i vestiti bagnati e a quel punto con un senso di colpa feroce che mi tormentava li ho invitati a pranzo per il giorno dopo.

I due si sono scusati per non essere riusciti a incontrarmi dopo il concerto. Capite poveretti? io mi sono sentita una merda totale. Figuriamoci se in quel bailamme mi aveva sfiorato il pensiero di dover incontrarli.

Il concerto è stato fantastico. Bruce ha suonato 3 ore e mezzo, nonostante da Born to run in poi abbia cominciato a diluviare. Ad un certo punto sembrava che qualcuno mi stesse tirando delle secchiate d’acqua sulla schiena, fuori dallo stadio torrenti d’acqua ci arrivavano ai polpacci e la pioggia continuava ascendere senza mai diminuire, nemmeno di poco. Questo non ci ha levato l’allegria  e la voglia di ballare tutti bagnati alle note di Dancin’in the dark che forse per quella sera poteva essere cambiata in dancin’in the rain.

l’amica tedesca

Non ci vedevamo da dieci anni e mi è sembrato il minimo invitarla a pranzo da me in occasione di questo viaggio a Firenze. Nel frattempo si è sposata e con il marito gira l’Europa e il mondo a vedere concerti di musica rock. Hanno entrambi un lavoro e mi risulta poco chiaro come riescano a fare tutto ciò.

Comunque hanno trovato il treno giusto, sono sbarcati in Sobborghino e si sono fermati una mezza giornata qui.

I convenevoli crucchi finiscono subito: ti saluti, anche abbastanza affettuosamente se vogliamo,  poi stop.

Poi tu cucini 3 etti e mezzo di pasta con pomodori e zucchine mentre loro si bevono due birre tedesche che per fortuna avevi in frigo, spolverano la schiacciata, la finocchiona e il prosciutto che tu hai comprato appositamente per farglielo assaggiare. Mangiano tutte le ciliegie. Bevono il mirto. Tu intanto che apparecchi, sparecchi e cucini mentre loro ti guardano in silenzio devi mantenere la conversazione al minimo perchè facilmente si spenge in silenzi che per noi italiani sarebbero imbarazzanti, per i tedeschi probabilmente sono normali, ma a cui mai e poi mai ti sei abituata e ciò ha fatto di te una dalla fama di logorroica in terra di cruccolandia. Ma io i silenzi  a tavola tra persone che si conoscono non riesco a reggerli.

Dopo il caffè, li ho portati in giro poi li ho riportati a casa e poi infine alla stazione. In tutto questo tempo non si sono mai lavati le mani, nemmeno appena entrati dopo il viaggio in treno e nemmeno dopo essere stati in bagno a causa della seconda birra a testa che si sono bevuti. (ho la prova dell’asciugamano che non è stato spostato di un millimetro).

Erano davvero contenti di vedermi e mi hanno salutato dicendomi-per favore non aspettiamo altri dieci anni per rivederci- e lo dicevano con sincerità e amore che traspariva dal loro animo teutonico.

Io però non lo so. Io sono tornata a casa ed ero così stanca per aver cucinato, parlato e e lavorato come guida che  il mio lavoro di PR per un politico mi sembra in confronto una passeggiata. Mi sono buttata sul letto e ho perso conoscenza per un’ora.

Forse mi ci vorranno altri dieci anni per riprendermi.

i ragazzi di campagna

Il trend di questi ultimi anni è la fuga dalla città verso la campagna e  i piccoli borghi. Si parla tanto bene di una vita fatta di cose semplici, senza stress, con aria buona, bambini felici, torte fatte in casa e bietole dell’orto. La realtà è che molti under 45 sono stati costretti a spostarsi dalla città, in questo caso Firenze, verso la meravigliosa campagna toscana, a causa degli osceni prezzi delle case che ha reso impossibile qualsiasi investimento in tal senso a meno di non avere in eredità la casa dei nonni o un babbo particolarmente benestante.

E così dopo me , che ho abbandonato Firenze per amore per poi dormire e basta in un Sobborghino che nulla  offre se non un dormitorio “con vista sul verde”, è stata la volta della mia amica G. che recentemente ha traslocato in un borghetto di 4 anime frazione di borghetto di 6 anime. Casa microscopica, ma di proprietà, con vista su colline e ridente campagna piena di olivi, viti e cipressi.

Lei, che aveva escogitato questa mossa per stabilizzarsi con il suo tipo e magari pensare di mettere su famiglia, lei che ogni sera era fuori per eventi culturali, lei che gira l’Europa ed è una persona spiccatamente interculturale, lei si è trovata in questo posto sperso tra le colline sola, con il tipo che oltretutto latita, di famiglia nemmeno a parlarne, vita sociale ridotta del 50%. Intanto si è dovuta comprare la macchina che prima non aveva. Perchè la campagna è bella ma il lavoro rimane in città. E quindi tutti giorni anda e rianda. Poi ci sono le serate morte, quando sei troppo stanca per riprendere la macchina e fare 28 km per vedere un film a un cinema e ci  incontriamo nel mio Sobborghino a ricordarci di quando si scendevano le scale e fuori dal portone, appena fuori c’era la vita e non quel buio, quel silenzio surreale rotto solo dal miagolìo di qualche gatto.

La cosa più divertente sono però gli incontri in cui tutti noi esiliati economici cerchiamo di autoconvincerci che vivere fuori città è meglio.

Non c’è inquinamento, dice qualcuno. E su questo si può anche essere d’accordo. Peccato che però siamo tutti allergici a olivi e cipressi e non allo smog.  Poi ci sono gli insetti. A Firenze c’erano le zanzare e lo scaraffone sul marciapiede. Qua ci sono calabroni che entrano in bagno e finiscono nella tazza del cesso, api che si fanno il nido nel mobiletto sul terrazzo e ragni  grossi come una moneta da 2 euro che si infilano in camera da letto.

Ma il massimo è l’orgoglio di possedere il camino in casa. Sì, il camino. Simbolo della campagna per eccellenza. Il camino che d’inverno fa atmosfera e che ti riporta all’ancestrale rito del taglio della legna, delle mani che si protendono fino a lambire le fiamme.

Si scopre che la legna costa, che va a peso, che non si ha idea di quanto se ne consumi, che l’omino te ne porta sette quintali e te le scaraventa davanti casa e tu rimani lì e devi mettertela tutta a posto da sola. Oppure ti rendi conto che il tuo camino fa passare il vento e gli spifferi e magari pure quel calabrone che ti è finito in bagno e allora lo usi come libreria chiudendolo per sempre. Tra l’altro la casa di campagna è piccolissima e non ha nemmeno il posto per la legna.

Non so quanto resisteremo. Ci sembra che sia difficile mantenere i rapposrti sociali o portare avanti una vita con un fondamento minimo di civiltà, che ne so un teatro, un cinema d’essai, un concerto, una mostra. Devi avere la tua auto sotto le chiappe per  fare qualsiasi cosa dalla spesa a una visita medica. I tuoi vicini sono o vecchi del posto che ti guardano male o disperati come te che escono alle 7 e 30 per tornare alle 19.30 e rinchiudersi in casa. Ne vale la pena?  Secondo me no. Il punto è che per ora non ci sono soluzioni se non quella di convincerci che ne guadagneremo in salute. E che è tanto bello alzarsi la mattina con il canto degli uccellini e avere un camino che prima o poi qualcuno accenderà.

 

 

 

 

riflessi inconsci

Incontro una mia cara amica dei tempi dell’università. E’molto tempo che non ci vediamo, io sono in bicicletta e ho un cappellino di lana per via dell’aria fresca. Ci salutiamo con i bacini e poi lei comincia a raccontare della bimba, della scuola.  Mi levo il cappellino.

Sai, mi dice con tutta tranquillità, ora stiamo lottando tutti con i pidocchi in casa: la piccola li ha presi a scuola.

Io, con altrettanta naturalezza, mi rimetto il cappello in testa. Poi mi ricordo che ho un appuntamento urgente e rimando il colloquio sui pidocchi a data da destinarsi. Vienimi a trovare, dice.

Sì, però magari tra un pochino eh?