A volte ritornano

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Qualcuno di voi saprà che avevo fermamente e risolutamente deciso di non scrivere più. Basta, sei anziana, il climaterio è all’orizzonte, se bevi un limoncello ti ci vogliono tre giorni per riprenderti, la cellulite non è più un incubo ma una realtà, la vita è un noioso ripetersi di azioni insignificanti come alzarsi, fare colazione, fare i tuoi 3 lavori per portarti a casa un terzo di uno stipendio normale e così via. Senza contare la routinante vicinanza con veri dementi mononeuronici e testosteronici che continuo a frequentare perchè alla fine sono ancora in quel circo che si chiama politica. Continua a leggere “A volte ritornano”

se il grande fratello è un aspirapolvere

E’ ormai abbastanza chiaro che la mia vita sta andando a rotoli. Arranco dietro a diversi progetti in fieri, alcuni stipendiati ma altri inesorabilmente no, con fatica, pervicacia e ottimismo. Maddài che bello, fai cose, vedi gggénte e lavori e si sa il lavoro in questi tempi.

Io non sono mai stata una di quelle donne con il senso profondo dell’ordine e della casa perfetta. Sono schifiltosa e quindi cerco di tenerla pulita ma sfortunatamente non ho abbastanza tempo per pulirla a fondo come vorrei e dopo anni di frustrazione ho deciso di lasciar perdere. E quando navigo nel lercio prego Iddio che mandi un’epidemia di peste bubbonica circoscritta in casa mia e colpisca l’inutile essere seduto sul divano che legge altrettanto inutili libri di nerd americani e indiani mentre io faccio tutto il resto. Continua a leggere “se il grande fratello è un aspirapolvere”

simpatici contesti

Nel cielo grigio di un piovoso pomeriggio, all’imbrunire, passeggio infreddolita sul marciapiede in attesa del mio treno. Due pantecane che giocano sui binari mi tengono compagnia.

Sulle rotaie ci sono siringhe, preservativi, guanti di lattice, salviette intime usate e forse qualche cadavere. Chissà. Le pantecane mi strizzano l’occhio, come a dire: bel posto eh? Un tizio si avvicina mi chiede due euro per il biglietto. Sono 4 mesi che mi chiede 2 euro per il biglietto. Due adolescenti di origine pakistana limonano e si palpano a più non posso alla faccia del Corano e mi regalano un briciolo di buonumore.

Il treno arriva. I ratti scappano nelle loro tane, il tossico dei due spicci sparisce nella bruma, i due innamorati salgono sul treno mano nella mano. Lancio lo zaino sul sedile e ringrazio di abitare a 39 km di distanza da quel “simpatico e giovanile contesto”, come recita l’avviso nella bacheca del polo universitario per descrivere la zona.

Awkward

Persino chi è disinvolto come la sottoscritta a volte finisce in situazioni di forte disagio. Sapete quando nella vita avete conosciuto persone in periodi specificatamente sfigati e vorreste cancellare tutto gettandoli nell’oblio, facendoli ingoiare dal buco nero del passato e della dimenticanza, e invece queste ritornano come nei terrificanti romanzi di Stephen King?

Durante i primi anni all’università, diciamo pure fino a quando non sono partita per l’erasmus e auf wiedersehen, ho passato un periodo orrendo, noioso, sfigatissimo, circondata da gente aberrante che si spacciava come amica. Un mondo futile e ignobile, fatto di aule putride, compagni di studio angoscianti e coinquiline scassacazzi. Una galassia di conoscenze che mi imponeva di passare i venerdì, i sabati e disgraziatamente anche le domeniche, in giro per feste organizzate in capanne nei boschi o in localini fighetti o localacci alternativi. Due palle.  In questo periodo capita che conosco un tizio in piscina. Un guardiavasca, un bagnino. Studente di lettere, attore di teatro, mi recitava Shakespeare e Dante, io figuriamoci intortata come non mai. Lui era uno di quei tipi che se la tirava, aveva conoscenze teatrali e letterarie importanti, amanti adulte, storie con attrici, mi sembrava di certo più interessante di quei lombrichi che incontravo a lezione e insomma ci frequentiamo da amici per alcuni mesi. Non giorni, non settimane, ma mesi. Ascoltavamo Ligabue per ore in macchina,  si chiacchierava delle più svariate idiozie che solo a vent’anni di possono venire in mente. Finisce che una sera ci baciamo sotto casa mia e mi rendo conto che non è che a sto tipo piacessi granché. Da quella sera senza drammi  io scompaio, lui pure, e ci rivediamo a un concerto del Liga tipo due settimane dopo, lui avvinghiato a una. Perchè naturalmente c’era una. Di questa storia a me è sempre rimasta una sensazione di imbarazzo gigantesca. Forse per il due di picche, forse perchè ci siamo frequentati per mesi raccontandoci di tutto, io ho sperato vivamente di non doverlo incontrare mai più. Solo che Firenze è microscopica, lui nel frattempo è diventato quasi famoso, bazzica circoli letterari di zona che bazzico anche io e finisce che ci rincontriamo. Meno di due e anni fa è capitato ad un evento ed eravamo entrambi soli, io stavo facendo finta di non vederlo invece lui venne a salutarmi tutto amichevole baci e abbracci. Poi di nuovo l’oblio, o almeno la speranza dell’oblio. Fino all’altra sera quando la mia amica G. mi chiede di accompagnarla alla presentazione di un libro di uno scrittore fiorentino che a me piace molto e dove il tizio in questione si esibisce come lettore. La vita si sa è fatta di relazioni pericolose e vien fuori che lui è amico storico del fratello della mia amica. Io alla mia amica G. racconto la vicenda, mentre mi bevo un Negroni e le confesso che continuo ad essere imbarazzata nonostante siano passati venti anni. Lo so che è assurdo, manco avessimo avuto una scabrosa relazione. Lei fa oh oh, perchè certo non abbiamo avuto nemmeno una storia, ma la frequentazione di mesi, le canzoni di Ligabue, gli sfanculamenti e tutto il repertorio, in effetti lei capisce che può essere imbarazzante. Comunque mentre stiamo bevendo -soprattutto io a questo punto bevo per darmi un tono- arriva la combriccola e dopo aver fatto le dovute presentazioni lui mi abbraccia e poi mi dice con tono mondano -Ma noi, dico, ma noi ci siamo conosciuti mi pare. Frequentavamo una piscina…come si chiamava? Nuotabene mi pare, no?-

L’affermazione “frequentare la stessa piscina” mi è parso un arrotondamento per difetto assai azzardato. Io sento che il mio sopracciglio destro si è alzato ma annuisco cordialmente e chiudo la faccenda. Vedi, dico poi alla mia amica, il mio disagio è stato inutile di fronte alla dimostrazione che gli uomini hanno un invecchiamento cerebrale più veloce del nostro. Oppure che al contrario rimangono dei semideficienti come a vent’anni e quindi l’invecchiamento lo abbiamo solo noi. Insomma o lui effettivamente ha dimenticato tutto – può anche essere anche se temo che cancellare mesi di appostamenti sotto casa mia, certe notti ascoltata venti volte a sera, cene, feste, concerti ecc sia poco probabile ma tutto può starci anche l’alzheimer-  oppure ha voluto sdrammatizzare fingendo di non conoscermi per non crearmi dell’imbarazzo.

Oppure se l’è voluta tirare come faceva vent’anni fa. Solo che all’epoca la cosa mi piaceva ora francamente mi fa un po’ pena.

dalla zumba alla carrucola

Anni fa ero una donna giovane e sexy che praticava zumba. La scorsa settimana ho invece iniziato il mio corso riabilitativo per ritrovare la spalla perduta. Inutile sottolineare che il mio fisioterapista non assomiglia a Derek Shepherd ma è una specie di orso ultra sessantenne di Sovigliana di Vinci con la tosse del fumatore. Devo dire che però  grazie agli ultrasuoni e ai suoi esercizi ho ripreso quasi il totale utilizzo della mia spalla.

Insomma pure oggi ero lì a fare esercizi, in particolare “la carrucola”: due anelli con elastico agganciati al soffitto che devo tirare su e giù. Una roba da vecchi catorci ed è inutile che ridete, martedì scorso arrivavo a metà, oggi facevo allegramente scorrere la carrucola senza dolori. Poi passa una fisioterapista che mi guarda. Si ferma, mi guarda ancora e mi fa: “ma tu non facevi zumba al Sobborghino?”.  Ah oh ma certo, ah ma sei tu, toh ma guarda, gridolini. Era una mia compagna di corso.

Mi sorride “E fai ancora zumba?” Poi si rende forse conto. Guarda la scena in silenzio. Io per rompere l’imbarazzo rispondo: “No. Quest’anno mi sono data alla carrucola”.

A volte si cade così in basso che ci si rialza solo attaccandosi a un gancio. Sono triste. Intanto l’orso di Sovigliana scuote la testa “la zumba” dice ” o icché diavoleria l’è codesta?”

Ciao, sono Ondalunga e sono alla mia seconda settimana di riabilitazione. Non so ancora quanto resisterò. Se un giorno dovessi mancare all’appuntamento sapete dove sguinzagliare l’orso di Sovigliana per riacciuffarmi: in un qualsiasi scantinato dove si pratica zumba clandestina. Io sarò là, a sfondarmi le cartilagini saltando e ci vorrà più di una carrucola per fermarmi.

ritorno alla scuola media

Ieri sono andata a fare un intervento in una scuola media in veste di consulente “europeo”. Non era la prima volta che andavo in una scuola a parlare di Europa ai ragazzi, ma lo avevo sempre fatto nei licei e mai in una scuola media.

Avevo una certa ansia. Non solo per la paura di annoiare i ragazzi con argomenti magari per loro poco accattivanti, non è stato così alla fine perchè sono riuscita a trovare una formula che ha catturato la loro attenzione, ma proprio per la paura nei confronti di quei ragazzi di  dodici-tredici  anni, un’età che a me spaventa molto forse perchè non l’ho vissuta bene. Gli anni delle medie sono stati un incubo. Nonostante sia stata fortunata nel capitare in una classe dove la maggioranza degli alunni non presentava problemi comportamentali, ma anzi era una classe diligente e spesso portata come esempio al resto della scuola; nonostante fossi tra i primi della classe in termini di profitto, nonostante avessi un buon rapporto con compagni e compagne, ecco io alle medie mi sono sempre sentita una sfigata.  Ero una bambina in mezzo a giovani donne che avevano il fidanzato, mi vestivo malissimo, avevo dei genitori rompicoglioni, non avevo il permesso di andare da nessuna parte. Alle feste ero sempre appiccicata alle pareti mentre gli altri pomiciavano, e le uniche cose che i maschi facevano con me era giocare a calcio, fare a gare di sputi e di rutti e parlare male di altre ragazze. Se non ci fosse stata la ginnastica, le gare e gli allenamenti sarebbe stato peggio certamente. Insomma, io il tempo delle mele l’ho visto solo al cinema, di nascosto dai miei che lo trovavano diseducativo (!!!cattocomunisti!!!) , per il resto certe risatine sulle mie scarpe da maschiaccia sfigata e sulla tuta rosa  nell’ora di educazione fisica mi hanno ferito.  Che poi ho saputo dopo, dalle stesse compagne che mi sembravano gnocche come Sophie Marceu, che pure loro provavano la stessa identica terrificante e angosciante sensazione di inadeguatezza. Un’età decisamente di merda.

Ecco, tutto questo si è trasformato nel tempo in un vero terrore per i ragazzini delle medie. Anche per gli insegnanti delle medie. Una roba che Freud ci sguazzerebbe. Quindi ieri avevo paura di fallire: me li vedevo tutti lì davanti a ridacchiare mangiando patatine, scartocciando merendine, in una bolgia tremenda, mentre io cerco di mandare una slide e parlare sopra le loro voci urlanti. Per una che ha parlato in pubblico in inglese davanti a Nick Clegg questo terrore è a dir poco imbarazzante.

Invece no. Sono rimasti tutti ad ascoltarmi, mi hanno tempestato di domande, mi hanno chiesto tantissime cose sulla mie esperienza europea, mi hanno applaudito, mi hanno detto in coro grazie, mi hanno chiesto l’indirizzo twitter. In altre parole sono stati meravigliosi.   E bravi anche gli insegnanti, che li hanno preparati e che si sforzano di formare i ragazzi con iniziative come quella a cui ho partecipato (con la loro professoressa ho lavorato per qualche giorno la sera, il che dimostra come alcuni insegnanti prendano sul serio la loro professione).

Adesso?Adesso penso che sia il momento di accantonare il senso di inadeguatezza puberale e guardare in faccia alla realtà:  sono cresciuta, mi vesto decentemente e alle feste non sono più carta da parati. Ma soprattutto come ho potuto pensare di voler pomiciare con qualcuno a tredici anni: a quell’età i maschi sono veramente disgustosi.

ti telefono o no, ti telefono o no lalalalaaaaa

Passate mai quei momenti in cui non hai voglia di sbatterti per cercare le persone?

Io sì. Ultimamente spesso. Una volta avevo l’agoscia di perdere contatti importanti e di perdere opportunità accattivanti, di perdere treni fondamentali. Ora non più. Faccio eccezione quando ho qualcosa di concreto in mano. Nel caso delle amicizie poi sono anni che lavoro su me stessa per uscire dal tunnel dell’angoscia di perdere le persone a causa dei miei silenzi. Considerato che il silenzio è reciproco, evidentemente l’amicizia non era poi così profonda. E il punto poi è : perchè vi devo chiamare solo io? Oltretutto il telefono ha un costo.

Sparire ha l’innegabile vantaggio che qualcuno prima o poi se ne accorge e ti viene a cercare.

Dunque, io all’inizio dell’estate, chiuso definitivamente il capitolo Mister X e prima ancor di lui il Carrozzone, ho pensato al mio futuro tenendo aperte varie porte e quindi portando avanti contatti per “eventuali collaborazioni”. Poi, mano a mano che passava il tempo e la maggior parte di questi progetti non qualgliava, io ho semplicemente pensato alle cose mie, tanto più che ho avuto da studiare e quindi la mia concentrazione era volta solo al concorsone.

I progettatori di progetti non quaglianti, nel frattempo, si sono accorti che io non me li filavo più e quindi questa settimana si sono fatti sentire tutti di un botto. Chiaro, mica con qualcosa di concreto, no, con la velata- e neppure tanto- pretesa che io faccia qualcosa per loro. Qualcosa che non è chiaro neppure a me se non nei termini di una sicura perdita del mio tempo. Ne segue la mia nulla voglia oggi di telefonare a una persona che mi sta coinvolgendo in questo non ben definito piano, persona che mi ha fatto rintracciare da altra persona con cui ho perso un pomeriggio a cercare di capire di cosa si stesse parlando e con cui ho raggiunto un accordo: se non si quaglia noi ce la si squaglia. Però intanto ora devo prendere il maledetto cellulare e chiamare questa persona con l’imbarazzo di dover io spiegare che non posso infilarmi in cose che non hanno nè un capo nè una coda, e che per favore ditemi cosa volete da me, quali sono i termini e io vi dico sì o no. Ma non hanno il coraggio, perchè i termini saranno tragici e sanno che io risponderò di no.

Perciò capite bene la mia accidia nel portare avanti pubbliche relazioni.  E anche il mio sentirmi Alice nel paese delle meraviglie, frastornata da discorsi, piani, progetti, incubatori di impresa ( ma poi cosa diavolo è questo incubatore di impresa) e nessuno che ti dà una data di inizio, una di fine, un budget, un obiettivo, un soggetto un verbo e un complemento. E io come Alice mi perdo in mezzo a questa follia, sempre più accidiosa, sempre più distratta, sempre più lontana.

E sempre più restia a prendere il telefono e chiamare questa gente.