50 sfumature di CIA

ATTENZIONE POST SPOILER (anche se la serie è vecchiotta)

Volevo parlarvi della serie  “Homeland” da tempo. Una serie di spionaggio-politica che mi intrigava e che ha vinto diversi premi. Io, appassionata di relazioni internazionali e spionaggio, non potevo perdermi una serie incentrata sulla CIA e sulle sue amene gesta in giro per il mondo. Ma dopo metà della prima puntata è stato subito palese che a ipnotizzarmi non fossero gli intrighi politici bensì le tresche amorose. Perchè Homeland è una stupefacente storia d’amore e di sesso come non ne vedevo da anni. E mi ha inchiodato allo schermo, fazzoletto alla mano e sospirante per le incredibili avventure di Carrie Mathieson  e Nicholas Brody. Alla faccia di quelle inutili 50 sfumature di grigio. Continua a leggere “50 sfumature di CIA”

chi si rivede

Ieri sera con il Windsurfista guardavo un programma-documentario su rai 5 e  mi pare di riconoscere il conduttore. Lo guardo bene e sì è proprio lui: Claudio De Tommasi, uno dei vj della fantastica e inimitabile Videomusic.

Videomusic. Ve la ricordate? Prima di MTV c’era lei. C’erano Rick and Clive. C’era Hot line, c’erano dei programmi musicali davvero musicali e davvero programmi. C’erano soprattutto un sacco di video. E di musica, che mi pare si sia un pochino persa. Voglio dire su MTV ci sono i tamarri di jersey Shore e i soliti idioti, su DJ Tv cose che non comprendo.

Non per fare la solita vecchia gallina nostalgica però Videomusic era davvero bella. Anche Caludio De Tommasi ci sembrava figo. Avevamo 16 anni per nostra discolpa. Facevano gli special sui Duran Duran e sugli Wham, un sacco di interviste in inglese non doppiate con sottotitoli.

Ora De Tommasi è su Rai 5, ha 50 anni se li porta bene e ieri girava per l’Abruzzo. Videomusic invece è stata ingoiata dalla modernità e dispersa nella galassia dei ricordi, frantumata dall’ingordigia mediatica e dall’appiattimento generale.

Nemmeno su You tube riesco a trovare niente.  Di quel periodo riesco a trovare solo qualcosa di Red Ronnie, capite??? Red Ronnie!

Seriale da serie

E’ definitivo: sono schiava delle serie tv.

Americane per lo più, al limite qualcosa di europeo in passato, poche o nulle quelli italiane ( la maggior parte fa davvero schifo).Ma quelle americane possiedono qualcosa di magnetico, nel senso che magnetizzano i pochi neuroni rimasti sani dopo una giornata di duro lavoro.

Le serie tv americane sono molto utili perché consentono non solo ai miei neuroni di riposarsi, ma al resto del corpo di fare cose che sennò non farebbe. Tipo stirare. O preparare la torta di spinaci e il ciambellone per il Windsurfista. Di mettermi la maschera idratante in faccia e stare 15 minuti immobile. Di farmi la manicure e mettermi il rouge noir senza dover fare niente di pericoloso per i 30 minuti seguenti.

La mia passione per le serie tv nasce molti anni fa con “Le Isole Perdute”, serie australiana avventurosa, che mi ipnotizzò e costrinse i miei genitori a posizionarmi davanti al televisore, in bianco e nero, per tutto l’inverno 1976.

Alcune mi costringono ad un’attenta visione e quindi sono dedicate strettamente ad attività come per esempio i “fanghi di Guam”, altre possono essere anche solo ascoltate e rendere perciò possibili operazioni più complicate (vedi dolci e pulizie domestiche). Ah adesso sento già i borbottii degli intellettualoidi  che mi consigliano di leggere un buon libro o di dedicarmi a hobbies più sani.

E’ solo che, dalle 21 in poi, il cervello mi si spenge. Arresto di sistema.

Il pericolo è che in alcuni periodi dell’anno la settimana è scandagliata da serie tv e lì veramente ti rendi conto se stai entrando nel patologico: Domenica Dott. House oppure Criminal Minds- Lunedì niente- Martedì Senza Traccia- Mercoledì niente- Giovedì Medium-Venerdì ER -Sabato Cold Case. Il patologico lo evinci dal fatto che il sabato non esci per guardarti Cold Case ( anche perché diluvia ma lasciamo perdere) e che utilizzi i giorni senza serie tv per organizzare cose più intelligenti.  Il patologico lo evinci anche dal tuo stato d’animo prostrato nello scoprire che sai come andranno a finire le prossime 4 puntate di Medium perché le hai già viste negli Stati Uniti e te ne accorgi lentamente mentre la puntata si slega e tu non capisci se sei diventata medium per contagio o ormai hai per sempre il cervello in polvere.

L’unica salvezza sarebbero alternative interessanti, che so cinema low cost – o che al limite offrano dei film interessanti-, un viaggetto, amici che escono dalla tana e decidono di incontrarsi con te. Nulla di tutto questo, semmai noiosi dibattiti politici ormai agonizzanti. Incontri in sezione dove un gruppo di rimbambiti cerca di rendermi folle. Una città sempre più noiosa che offre sempre meno e quello che offre è sempre a prezzo di ore per cercare un parcheggio e chilometri a piedi nel freddo e nel buio.

Ma in realtà sono solo alibi. Perché è così, sono schiava della fiction americana e non ci posso fare niente.

P.S. Se pensate che io sia analfabeta vi annuncio che prima di spengere la luce leggo sempre ovunque e comunque almeno 10 pagine di un buon libro (su questo argomento rimando a nuovo post).

Orzowei vive fra noi

Sabato sera ero nella mia vecchia stanza da letto, dai miei genitori. Era tardi e stavo guardando la mia vecchia libreria, quando i miei occhi si sono posati su uno dei miei libri preferiti da bambina.

Un libro retto e riletto fino a consumarne le pagine, un po’ sgualcito e dalla copertina decisamente vissuta.

Il libro in questione è “Orzowei”, di quel grande maestro che fu Alberto Manzi. Da Orzowei trassero un altrettanta istruttiva serie tv nel 1976. Io avevo 6 anni. Ero innamorata sia del libro che del telefilm, perché dentro c’era tutto, c’era il coraggio, c’era l’avventura, c’era una storia particolare che adesso si potrebbe definire attuale.La storia è quella di un ragazzo bianco, l’orzowei appunto, cresciuto in un villaggio africano e considerato un inferiore, un reietto dalla sua tribù perché bianco; e non accettato e considerato un selvaggio, un “cafro” dai bianchi perché allevato e cresciuto tra gli africani. Orzowei conosce due uomini, il boscimane Pao e il boero Paul, chiamato da lui  “Fior di Granoturco” per via del colore dei suoi capelli. Entrambi gli insegneranno che non è il colore della pelle a rendere diversi gli uomini tra loro, ma le loro azioni.

Chissà quanti Orzowei ci sono nel mondo. Ragazzi che vivono in paesi stranieri e non si sentono né bianchi né neri né gialli, ma solo disorientati dall’odio che vedono intorno a loro e che sono vittime dei pregiudizi.

Credo che la storia di Orzowei debba essere riletta da tutti noi, ma soprattutto dalle nuove generazioni. Ricordo che mi aveva colpito il messaggio sui pregiudizi e sull’intolleranza che non conoscono confini  e che sono purtroppo radicati nell’animo umano. In qualsiasi parte del mondo ci si trovi. Mi chiedo se a scuola venga letto. O se in TV venga passato. Se qualcuno si ricorda di lui. O di Alberto Manzi.