Tutto iniziò per San Valentino

Così come era stato programmato, è stato portato a termine. Una sorta di massacro di San Valentino, oserei dire, visto come eravamo ridotti alla mezzanotte. E non sto parlando di una serata di sesso rovente o di una cenetta a lume di candela, ma del temuto, inevitabile, ineffabile, faticosissimo trasloco.

Ora, noi donzelle di ultima generazione, abituate a vivere da sole fino a tarda età, in case affittate in comune con altre (s)fortunate single o quasi tali, assolutamente indipendenti, in “quei giorni”, cioè nei giorni del trasloco, sentiamo l’assoluta necessità di una mano maschile, di un braccio vigoroso e affettuosamente muscoloso che ti sposta con un sorriso scatoloni, mobiletti e mobilini e te li trasporta nella sua auto station wagon (d’altronde noi pulzelle di città se mai abbiamo un auto è una scatolina dove già il beauty case occupa posto), scendendo le scale in un attimo (chiaramente i meravigliosi e caratteristici appartamentini di città, di cui noi donne indipendenti post-moderne e globalizzate ci innamoriamo, oltre ad essere tuguri con affitti stratosferici, non possiedono ascensore).

Il Windsufista è al suo terzo trasloco.

D’altronde è doveroso il suo aiuto.

Il primo trasloco è stato per colpa sua. Il secondo l’ho fatto perché in centro il signore aveva dei problemi a trovare parcheggio (e non solo perché mi avevano aperto un pub sotto casa), il terzo perché finalmente abbiamo deciso che potevamo condividere totalmente la nostra quotidianità. E io ho deciso che risparmiare un po’ di soldi buttati nell’affitto non è poi una scelta di vita azzardata.

Quindi addio alla città, ai cinema a piedi, alle giratine notturne per il centro, ai caffè con le amiche. Il sobborgo pieno di famiglie e poppanti mi aspetta, con le sue beffarde e ammiccanti villette a schiera dai giardini pettinati e dalle tendine tirate.

E così il giorno di San Valentino iniziamo la transumanza. Il Windsurfista arriva dall’ufficio. Io ho già avvolto diligentemente in carta da giornale i miei utensili da cucina. Ho deciso già che dovremo dividere il trasloco in 3 viaggi città-sobborgo.

La prima, appunto riguarda la cucina.

Ora, io non sono una gran massaia ma mi piace cucinare e in questi anni ho accumulato piatti e pentole, anche graziosi, che utilizzo spesso. Il Windsurfista trema e mi dice che no, non ci sta nella sua cucina tutta quella roba inutile.

Roba inutile? Protesto e inizia un alterco che non vede via d’uscita. Secondo lui 3 pirofile in pirex sono inutili e io gli ribatto che lui è un animale abituato a mangiare solo spaghetti all’olio cotti nell’unica pentola che ha.

L’alterco finisce quando acchiappa il matterello della Tupperware ( avete presente quello lungo vuoto che si riempie con l’acqua) e mi domanda a cosa serve e io brutalmente faccio riferimento a certe pratiche sodomitiche a cui verrà sottoposto lui se non la finisce di rompermi le scatole.

Alla fine le scatole non sono moltissime.

Seconda fase, lui dice passiamo alle scarpe.

Adesso, secondo voi, una donna indipendente che ha passato momenti di sconforto e di solitudine in questi ultimi anni, una donna che non ha la fortuna di avere una famiglia e si sente defraudata di un futuro, secondo voi come fa a consolarsi?

Ovvio, sputtana il suo, benché magro, stipendio in meravigliose, fantastiche e consolatrici scarpe. Marylin sosteneva che i diamanti sono i migliori amici delle ragazze, le scarpe secondo me sono le migliori amiche. Personalmente ho una pila di scatole sopra l’armadio, fronte estivo, e una pila di scatoloni nel sottoscala, gli stivali e il fronte inverno. Lui impallidisce e mi dice con uno sguardo fermo e crudele :-Apri le scatole , voglio controllare- Ubbidisco, e inizia la strage delle innocenti:-Queste. Mi dice, mostrandomi delle vecchie e orrende scarpine in nappa bianca, via- Lancio. E queste e anche queste. Via le zatterone di legno, quelle con i lacci e quelle senza, sono orrende, via questi zoccoli osceni, via queste ciabatte da mercato rionale. Mi accorgo in effetti di avere accumulato un po’ di roba brutta. Naturalmente si salvano i miei plateau d’oro di Sergio Rossi, i sandali in raso rossi di Ferragamo (vintage), e le mie ultime scarpe comperate la passata stagione, tipo un modellino Chanel molto bon-ton (lui arriccia il naso), e qualche paio di decolté con tacco alto. Là dentro, chiede , indicando una scatola rossa sopra l’armadio. Borbotto una frase tipo le borsine estive. Acchiappa la scatola, toglie il coperchio e comincia la seconda strage. Via, lancia la mia borsetta in tessuto viola un po’ hippy, protesto fermamente e alla fine la borsa viene salvata, sorte peggiore tocca ad altre reduci di mirabolanti avventure, compresa una falsa baguette in finta pelle (in effetti…), lo gelo quando sfiora con la punta delle dita una Furla di qualche anno fa- Non ti ci provare- lo minaccio. Lei ritorna nella sua scatola. Anche in questo caso penso che devo ricomprarmi qualcosa. La macchina del terrore, il giustiziere della scarpa solitario non sembra soddisfatto e decide di passare al comparto inverno. Trova ben 4 paia di stivali che io da un po’ vorrei buttare ma sono indecisa. Lui li vola, sciò, fanno schifo. Scova le mie vecchie Camper, classe 1999, mi guarda schifato:- Ma ti rendi conto?- via, le butta, poi trova altre 2 paia di vecchie sneakers quasi a pezzi. Che ci posso fare? Adoro le sneakers soprattutto se sono vecchie. Si salvano alcune paia di stivali e soltanto due paia di sneakers ( uno perché mi sono messa a piangere). Ho il cuore a pezzi. Ma c’è molto più spazio. Penso che è il caso che debba rinnovare il settore stivale, ma non lo dico per paura di ritorsioni. Intanto lui decide di eliminare un paio di meravigliosi stivali pitonati con il tacco altissimo comprato in saldo 3 anni fa, che non vanno più, ma li avevo pagati così tanto che continuavo a non volere elaborare il lutto.

In preda a un raptus spalanca l’armadio ma con sua grande sorpresa non trova nulla da buttare. (Io stessa in autunno ho eliminato tutta la roba oscena, vecchia e dozzinale che avevo e adesso il mio guardaroba è ineccepibile). Va bene, mi dice, esame passato, pensavo peggio, anche se non capisco l’utilità di questo -e indica un poncho peruviano fatto a mano che fu della mia mamma negli anni ‘70 . Guarda le sciarpe e le stole sopra uno scaffale ma io lo blocco- Ti ci strangolo se osi toccarne anche una sola-. Apre cassetti, spuntano decine di reggiseno – Ecco- penso cattiva -quelli non li tocchi eh?-

Alla fine inscatoliamo tutto e portiamo in macchina la roba, compreso un mobile a 3 piani alto circa un metro , in legno, pesante spiombato, che causa alcuni piccoli incidenti durante il trasporto giù per 2 piani di scale. Salgono gli insulti verso le città, gli appartamentini fichi, e la mania di comprare cose negli stores svedesi.

La macchina del windsurfista accoglie tutto, sfida a duello l’incontenibilità delle fanciulle contemporanee e nevrotiche, e ci porta fino al nido d’amore prossimo venturo.

Alle 23 e 30, l’amato apre una scatola e mi chiede mostrandomi un cartoccetto: – ma che roba è questa?- -Una delle coppette del mio servizio-.

Coppette? È trasecolato. Ma quali coppette? Coppette in vetro soffiato di Murano, spiego io, sono bellissime. Ma mi dici che ci faccio con delle coppette di vetro di Murano? Ma che ne so, ma ci mangi una macedonia, non hai coppe da dessert tu d’altronde, e se viene qualcuno? Ma quale dessert e quale macedonia, ma chi viene poi. Io domani ci faccio colazione con le tue coppette. Ci butto dentro il latte con i miei biscotti.

Il massacro di San Valentino si è concluso. Sono troppo stanca per ribattere. Vado a dormire, mentre gli scatoloni sono ombre immobili e minacciose. – Buon San Valentino- mi dice comunque lui, facendo il dolce. Non poteva altro che iniziare nel giorno degli innamorati la nostra meravigliosa, e probabilmente facile, vita a due.

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2 pensieri su “Tutto iniziò per San Valentino

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